Quanto valgono 925 centesimi di euro? A chi ha una conoscenza elementare della matematica la domanda suonerà bizzarra perché la risposta è ovvia: sono esattamente e senza ombra di dubbio 9 euro e 25 centesimi.
La domanda sorge infatti dopo aver ascoltato ripetutamente una pubblicità radiofonica riguardante un'offerta pubblica di acquisto per azioni BNL (l'OPA BNL durava pochi giorni ed è scaduta ieri: abbiamo aspettato a parlarne per evitare di farne involontariamente pubblicità).
Prezzo dichiarato dall'accattivante voce femminile: "due euro e novecentoventicinque centesimi". Che in totale, se la matematica non è un'opinione, fanno undici euro e venticinque centesimi.
Naturalmente, sul sito web dedicato, e sicuramente anche sul prospetto informativo che si invita a leggere a fine spot, il prezzo sarà correttamente indicato in cifre: 2,925, cioè due euro e novecentoventicinque millesimi.
Ma nessuno controlla gli spot prima che vadano in onda? Possibile che una banca cada in un simile errore? E a un professionista (pubblicitario o speaker che sia) non si dovrebbero richiedere almeno le competenze elementari di "leggere, scrivere e far di conto"?
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Gli altri cambiamenti riguardano il forum, a cui viene data da oggi maggiore visibilità in tutte le home page del sito.
Ci auguriamo, infine, che la nuova impaginazione dell'home page renda i contenuti più leggibili.
Qualche tempo fa ho ricevuto questa mail da un lettore del sito:
"Secondo voi sono ammissibili le traduzioni inglesi da voi riportate delle diverse frasi idiomatiche italiane?
Mi domando se qui ha tradotto sappia spiccicare una parola in inglese!!!
Inoltre, dovrebbe sapere costui che non basta tradurre parola per parola.
Beh, resto dell'opinione che se uno non sa fare una cosa, meglio che non la faccia, invece di fare figure del cavolo."
Sono rimasta piuttosto perplessa e ho tardato a rispondere, finché non ho deciso di rispondere pubblicamente.
Le traduzioni riportate nell'articolo "Inglisc t'aime" (che già nella sua grafia è volutamente scorretto e ambiguo) sono, evidentemente, uno scherzo. E la cosa, mi sembra, è scritta a chiare lettere. In particolar modo, le frasi idiomatiche fanno parte del capitolo "Giocofrasario": si tratta di un gioco linguistico, per sorridere un po', e non certo di una traduzione consigliata. Ma forse il lettore stizzito non ha letto il capitolo dall'inizio, o forse non conosce il significato della parola "faceto".
Si è tenuto a Roma ieri, 24 febbraio, il 1° incontro italiano dedicato all'Architettura dell'Informazione, "scienza multidisciplinare" o "disciplina trasversale" che coinvolge molte professioni, e non tutte necessariamente legate al web: dal bibliotecario al progettista di interfacce software, dal marketing manager al web designer, oltre, naturalmente, allo specialista di IA (Information Architecture). Che però non è un figura delineata. Fra i relatori della conferenza, c'era chi partiva dall'approccio umanistico della gestione dei contenuti e chi si occupava di progettare strumenti software in grado di gestire al meglio vari tipi di classificazione. Chi si occupava di psicologia cognitiva, chi di web semantico. Differenti approcci per affrontare un problema che è al cuore della progettazione di un sito web: come organizzare i contenuti in modo che siano funzionali alle ricerche dell'utente? Il problema si pone con maggiore evidenza in siti ricchi di contenuti, e si aggrava quando tali contenuti sono disomogenei (differenti tipi di utenza, differenti servizi, ecc.). Se poi pensiamo che, molto spesso, il navigatore non sa esattamente cosa cercare, ma si muove in un sito con obiettivi che vanno via via chiarendosi man mano che va avanti nella navigazione, secondo la strategia del "Berrypicking", cioè come si muoverebbe in un bosco chi va per funghi, ecco che organizzare strategicamente le informazioni diventa fondamentale.
Ma l'organizzazione, aggiungo io, non è tutto. Quando partecipo a seminari e conferenze di argomento tecnico, a volte trovo relatori (italiani) che riescono a dire cose semplici e ovvie (soprattutto per l'uditorio) riuscendo a renderle maledettamente complesse e poco comprensibili grazie all'uso di tecnicismi e costruzioni verbali ardite. Per non dire dell'uso esasperato dell'inglese. Mi chiedo: lo fanno apposta per "darsi un tono" oppure hanno davvero una visione del mondo così compelssa? Lavorano tutti all'Ufficio Complicazioni Affari Semplici o pensano di aumentare la propria parcella impressionando il cliente come dei novelli e tecnologici Azzeccagarbugli, dove l'inglese (spesso proninciato in maniera improbabile) ha preso il posto del latino? E in un contesto dove non c'è nessun cliente da abbindolare, non si rendono conto che questo uso esasperato limita la corretta comunicazione? Oltre che ben organizzate, le informazioni non dovrebbero forse essere anche accessibili?
Per saperne di più: il sito dell'IA Summit.
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